Milano-Cortina non è un posto
Prenderanno ufficialmente il via domani i XXV Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina d’Ampezzo.
Milano-Cortina è un nome solo, ma non indica un posto.
Indica piuttosto un insieme di luoghi diversi, lontani tra loro, messi in relazione da un evento che però non li rende uguali.
Per la scuola, questa discrepanza è già un buon punto di partenza. Più che un contenuto da “agganciare”, Milano-Cortina mette in discussione il modo in cui immaginiamo i luoghi e il modo in cui li raccontiamo.
Milano-Cortina non è un posto
Quando parliamo di Milano-Cortina, spesso immaginiamo una cornice unica. Un luogo simbolico, compatto, facilmente immaginabile, ma che non è affatto così. Milano-Cortina non è una città, né una valle, né un territorio continuo: è un insieme di spazi molto diversi tra loro, per funzione, ritmo, distanze e condizioni di vita.
C’è la città, con le sue infrastrutture e la sua esposizione mediatica. Ci sono le montagne, con tempi più lenti, collegamenti complessi, stagionalità marcate. Ci sono paesi piccoli che diventano improvvisamente centrali, e altri che restano ai margini pur trovandosi a pochi chilometri di distanza.
Le persone, inoltre, non vivono e percepiscono le Olimpiadi nello stesso modo nella vita di tutti i giorni.
Dalla cartina al territorio
Sulle mappe tutto sembra più semplice: le distanze si accorciano, i collegamenti appaiono lineari, i luoghi diventano punti. Ma il territorio reale è diverso: i tempi cambiano, gli spostamenti pesano in modo diverso, l’accesso ai servizi è fortemente diseguale.
Un evento come Milano-Cortina rende evidente questo scarto tra rappresentazione e realtà. Ed è qui che può diventare un argomento interessante per la scuola: non come occasione per spiegare dove e come si svolgono le gare, ma per allenare uno sguardo più attento sullo spazio reale.
Osservare un territorio significa accorgersi delle differenze, delle distanze che contano davvero, dei collegamenti che spesso non sono affatto scontati. Significa riconoscere che lo spazio non è neutro e che non produce le stesse esperienze per tutti.
Che cosa può fare la scuola (e cosa no)
Di fronte a un grande evento, spesso scatta una domanda: come lo possiamo far entrare in classe? Che attività ci possiamo costruire intorno? Che progetto possiamo avviare?
Non sempre è necessario rispondere con un “fare”. A volte il gesto più professionale è un altro: rallentare il racconto, sospendere l’urgenza di trasformare tutto in contenuto, lasciare spazio alle domande.
La scuola può scegliere di non costruire un progetto dedicato alle Olimpiadi e, allo stesso tempo, usare l’occasione per mettere in relazione luoghi diversi, per parlare di spazio in modo meno astratto, per far emergere che uno stesso evento viene vissuto in molti modi diversi.
Non si tratta di aggiungere, ma di guardare meglio ciò che già c’è.
Guardare senza trasformare tutto in lezione
Non ogni evento che entra nel discorso pubblico chiede di diventare una lezione. A volte basta lasciarlo sullo sfondo come occasione di osservazione.
Accorgersi che Milano e Cortina non sono “vicine” allo stesso modo per tutti, che lo spazio produce differenze, che i territori non sono punti nella mappa ma luoghi abitati: questo può già essere un forte gesto educativo, anche senza una consegna esplicita.
In questo senso, l’Olimpiade non è tanto un contenuto da trattare, ma piuttosto un’occasione per esercitare uno sguardo. Uno sguardo che la scuola usa ogni giorno, quando prova a leggere la realtà senza semplificarla troppo in fretta.
Un grande evento non richiede automaticamente una grande risposta didattica: a volte è sufficiente tenere aperta una domanda e lasciarla lì, mentre si lavora.
La scuola non rincorre l’attualità: la attraversa, con i suoi tempi e con il suo modo di guardare.

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