La scuola deve parlare di tutto?
Quando l’attualità bussa alla porta
C’è sempre qualcosa che sembra dover entrare in classe.
Una notizia, un evento, una ricorrenza, qualcosa che “tutti stanno guardando”.
In questi giorni come succede ogni anno, si parla molto del Festival di Sanremo. Prima o poi la domanda arriva anche a scuola: “Ne parliamo?”
È una domanda normale. Gli alunni non vivono fuori dal mondo. E neppure la scuola.
La questione non è l’evento in sé.
È il criterio con cui decidiamo cosa merita spazio nel lavoro quotidiano.
Il tempo della scuola non è il tempo dei media
Il ritmo dei media è veloce. Quello della scuola è diverso.
A scuola le cose hanno bisogno di tempo. Si riprendono, si collegano, tornano dentro ad altri discorsi. Non funzionano per accumulo, ma per costruzione.
Non tutto ciò che occupa le conversazioni diventa automaticamente materia di lavoro.
Portare qualcosa in classe significa dedicarle tempo vero. Ma il tempo è limitato, e ogni scelta ne esclude un’altra.
La scuola non è un feed da aggiornare.
È un luogo in cui si impara a capire.
Quando l’attualità può avere senso
Ci sono momenti in cui un evento du attualità può trovare posto dentro il percorso della classe. Non perché se ne parla ovunque, ma perché ha un legame con ciò che si sta facendo.
Può accadere quando c’è una connessione chiara con gli obiettivi di lavoro.
Quando esiste il tempo per andare a fondo nella questione.
Quando non resta un commento veloce, ma diventa occasione per fermarsi, discutere e rielaborare.
Un evento non diventa educativo per il fatto di essere nominato: lo diventa se entra in un progetto.
Il rischio della superficialità involontaria
Spesso la spinta a parlare dell’attualità nasce da un’intenzione positiva: non far sentire la scuola distante dalla vita reale.
Capita di iniziare la mattinata chiedendo: “Avete visto cosa è successo ieri sera?”
Qualcuno racconta, qualcuno commenta, qualcuno ripete una frase sentita in televisione… e dopo dieci minuti si torna al programma.
Si apre una parentesi. Poi si chiude.
Se quell’evento non trova un posto dentro il percorso, resta lì. Un frammento.
Non perché manchi l’interesse: perché manca il tempo per lavorarci davvero.
La domanda che conta
Non si tratta di stabilire cosa “si può” o cosa “non si può” portare in classe.
Si tratta di assumersi una responsabilità professionale.
Perché stiamo dedicando tempo a questo?
Che cosa stiamo costruendo attraverso questa scelta?
Non tutto deve entrare. Non tutto deve essere commentato.
Scegliere è parte del lavoro.
La scuola non perde autorevolezza quando decide di non parlare di qualcosa.
La perde quando smette di interrogarsi su quale idea di scuola sta costruendo con le proprie scelte.

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