Merito e promessa di successo

“Se ti impegni, ce la fai.”

È una frase che noi insegnanti diciamo con le migliori intenzioni, per incoraggiare e dare fiducia. È diventata quasi una formula automatica, così familiare che non la mettiamo più in discussione.

Eppure, se ci fermiamo un attimo, quella promessa contiene qualcosa di più di un incoraggiamento. Contiene un’idea precisa di come funziona il mondo: l’impegno produce risultato, il merito trova sempre la sua strada.

È davvero così semplice?

Dove impariamo quella frase? In parte a scuola, certo. Ma soprattutto altrove.

Sport e merito: perché la narrazione è lineare

Lo sport, per esempio, la racconta benissimo. C’è un atleta, c’è un allenamento, c’è una disciplina ferrea che a un certo punto diventa molto visibile: una gara, un cronometro, una classifica. Il percorso è chiaro: si parte, si fatica, si arriva. E all’arrivo c’è un risultato che non lascia dubbi.

È una narrazione che funziona perché è lineare. Funziona come una linea retta: l’impegno sta all’inizio, il successo alla fine. Non c’è quasi spazio per l’incertezza.

Anche molte storie che vediamo al cinema o nelle serie seguono la stessa traiettoria: il protagonista è in difficoltà, viene sottovalutato, inciampa. Poi insiste, si allena, impara, e cambia qualcosa in sé. E alla fine arriva il momento decisivo: la “gara” vinta, il riconoscimento pubblico, il successo. La struttura è sempre quella: se ti impegni abbastanza, alla finie sarai ripagato.

Il problema non è tanto che sia falsa. È che finisce per sembrare una regola che vale sempre, per chiunque.

Merito a scuola: cosa cambia rispetto allo sport

Quando quella promessa entra in classe, però, smette di funzionare come nello sport o nel cinema.

Perché una classe non è una pista con una linea di partenza e una di arrivo; è un luogo in cui i tempi e le storie degli alunni non coincidono, in cui quello che per qualcuno è un facile passo avanti, per altri diventa una salita difficile.

C’è chi studia molto e ottiene risultati brillanti, certo; ma c’è anche chi studia molto e resta fermo a metà strada, chi prova davvero a migliorarsi ma poi non vede arrivare quella conferma che la narrazione promette. A volte la crescita è lenta, quasi invisibile; a volte non produce nulla che possa essere mostrato.

In quei momenti la frase “se ti impegni, ce la fai” non suona più come incoraggiamento: suona come una misura. E quando la misura non torna, il pensiero scivola facilmente in un’altra direzione: forse non mi sono impegnato abbastanza, forse non sono abbastanza.

Non è un giudizio che qualcuno pronuncia ad alta voce; è un dubbio che si installa lentamente.

Ed è lì che la promessa si incrina.

Impegno e risultato non coincidono sempre

Il punto, allora, non è smettere di parlare di impegno: sarebbe una scorciatoia. L’impegno conta; chi insegna lo vede ogni giorno, quando un bambino che non riusciva a leggere ad alta voce comincia a farlo senza timore del giudizio, o quando qualcuno risolve un esercizio con più sicurezza rispetto a un mese prima.

Il problema nasce quando quell’impegno viene legato automaticamente al risultato, come se ogni sforzo dovesse prima o poi trasformarsi in qualcosa di chiaramente riconoscibile. Un voto più alto come una gara vinta.

La scuola, però, lavora in una zona meno ordinata. Ci sono passi avanti che non coincidono con un cambiamento immediato nel registro. Pensa a un bambino che per settimane sbaglia le divisioni, poi un giorno ne risolve una correttamente; la settimana dopo torna a sbagliare. È cresciuto oppure no? Non è una domanda a cui si risponde guardando una sola verifica.

Non sempre ciò che cambia si vede subito. E non sempre quello che si vede racconta tutto.

Il merito a scuola oltre la logica del podio

Per questo il merito, in classe, non somiglia a una medaglia: somiglia piuttosto a un percorso che procede a scarti, con soste e riprese, e che a volte ha bisogno di essere riconosciuto prima ancora di essere misurato.

Se adottiamo senza pensarci la narrazione sportiva del merito, finiamo per promettere una corrispondenza lineare tra sforzo e successo. Se la rifiutiamo del tutto, rischiamo invece di svuotare l’impegno del suo valore. Tenere insieme questi due rischi non è semplice, ma è quello che dovrebbe succedere ogni giorno in classe.

Forse la frase “se ti impegni, ce la fai” non va cancellata. Ma va usata con cautela: non come garanzia di risultato, ma come invito a rimanere su quello che si sta facendo anche quando non dà subito soddisfazione.

La scuola, in fondo, non può assicurare il successo. Può però riconoscere l’impegno anche quando non porta a un risultato evidente, e dare senso a ciò che accade lungo il percorso, non solo alla fine.

Forse quindi vale la pena fermarsi un attimo, la prossima volta che quella frase ci viene spontanea, per chiederci che cosa stiamo davvero promettendo.


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